Tracce sonore, tracce d'Italia

Di cosa parliamo quando parliamo di cultura e identità musicale

Sonic Traces: From Italy è un approccio multiforme alla questione aperta, quella sulla ricerca di un’identità Italiana nel suono e nella musica. Uno di quegli spazi in cui ci si interroga davvero su quanto la storia abbia un peso rilevante per raccontare ancora il presente, dove la mappa scopre luoghi che avevamo lasciato in un angolo, forse troppo in fretta.

Attraverso una varietà di approcci, dal saggio al memoir, all'intervista, alla playlist video e alla lettera aperta, il progetto vuole promuovere una conversazione sul passato e sul presente della cultura del Paese, lasciandoci con una domanda senza ancora risposta: cosa può essere etichettato come musica Italiana, dopo tutto?

Per scoprirlo, ho raggiunto direttamente Francesco Fusaro, resident di NTS Radio e curatore per Norient del progetto, finanziato da Italia Music Export con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra e del FILL (Festival of Italian Literature in London).

Ciao Francesco!

Partiamo dal classico rompighiaccio, prima di immergerci: da dove nasce l’idea?

L’idea è di Thomas Burkhalter, fondatore di Norient, che ho conosciuto a Londra. Avevo già collaborato con la piattaforma proponendo altri articoli di ricerca, come quello sulla trap di seconda generazione e un altro sul ruolo del campionamento a sfondo politico nella dance music. Una terza uscita doveva essere sul contributo della diaspora Italiana nello sviluppo della disco newyorkese, che poi è diventato il saggio di Bruno Rana per la raccolta, D.I.S.C.O. (Diasporic Influences Shaped Changes and Opportunities).

La cosa lo ha convinto al punto che si è pensato ad uno spazio per uno speciale sull’Italia, in maniera verticale, che continui la serie Sonic Traces, già portata avanti per altri Paesi.

C’è tanta ricerca sulla musica che è stata e che poteva essere. Ma in fondo, attraverso tutte le immaginarie tracce, si va alla scoperta dell’identità di un Paese che non conoscevamo.

Volevo farlo fare a gente appassionata della cultura del nostro Paese a tutto tondo, senza restituire quella patina già conosciuta e che risulta anche stucchevole, artificiosa. Può essere interessante anche e soprattutto per un pubblico che non necessariamente è alla ricerca della storia più rilevante ed esposta del Paese, quindi qualcuno stimolato dai flussi culturali, dal fatto che si muovono e cambiano nello spazio e nel tempo.

Spazio e tempo che sono due temi piuttosto ricorrenti, mi pare di capire.

Sono alla base, esattamente. Chi non è del tutto familiare con la nostra storia e i nostri riferimenti credo possa prendere spunto anche da una narrativa più obliqua ma altrettanto importante delle cose.

Sono saggi che ispirano a pensare a come si muovono le trame artistiche e identitarie legate a un territorio, nel tempo: Pizza, Pasta, and K-Pop di Paola Laforgia, ad esempio, è un vero racconto di come questi flussi cambiano direzione da est a ovest, come riescano a prendere rotte diverse inavvertitamente, inedite rispetto a quelle che siamo soliti assimilare.

Metti spesso tra virgolette la parola identity, quando presenti questo progetto: è sintomatico del fatto che è davvero così difficile capire cosa può essere identificato come cultura Italiana, all’estero?

Direi di sì, è la riflessione da cui sono partito. In più la difficoltà era data dal fatto che non volevo parlare delle cose per cui l’Italia è veramente famosa fuori dai confini: non ce n’è davvero bisogno. O se lo facevo, volevo fosse molto più inusuale.

Sai quando ti capita di guardare una stanza in modo sempre identico, ma poi un giorno aggiungi uno specchio e ti ritrovi a fissare la stessa stanza riflessa? Tutto improvvisamente cambia, senza preavviso.

Far vedere l’Italianità anche occulta, non visibile, come se un cameraman entra di proposito nell’inquadratura, e non puoi fare a meno di notarlo.

Decisamente, sì. Lorenzo Cibrario e Luca Locati Luciani, ad esempio, approfondiscono il ruolo della comunità LGBTQ in Italia (da leggere nel loro Queer Bar Italia). Si parla di luoghi importanti per la nascita dell’Italo-Disco, per cui siamo appunto relativamente famosi, all’estero. È uno spaccato temporale veramente poco indagato, ma che è sempre stato lì, dentro l’immaginaria inquadratura a cui fai riferimento, come un dettaglio di notevole rottura.

Difatti c’è sempre stata questa idea che la musica in Italia sia solo la canzone d’amore, a tratti (e se sei più interessato) la nascita della disco, per quelli ancora più adepti la wave progressive dei Settanta o il funk napoletano fino agli Ottanta. Ma è sempre stata fenomeno culturale di poca resistenza popolare, fuori da qui. Piuttosto, la parola d’ordine è riscoperta, quando ci si approccia a questi percorsi.

Sì, e nel caso della disco, in particolare, ti dico che se vai a recuperare le interviste del tempo a Derrick May e Kevin Saunderson, dicono chiaramente che si facevano importare Italo-Disco a Detroit per suonarla per la loro scena: quella che da astro nascente diventa simbolo di un intero, globale movimento. Penso ad EP antesignani per la techno, come Sharevari di A Number Of Names, siano davvero state una seconda wave disco e insieme la techno di Detroit in nuce. Una Italo-Disco duepuntozero, dogma di una realtà che conteneva riferimenti di fashion e brand, che parlava molto di Milano e della sua identità.

Questo significa che molto è stato fatto anche oltre i canoni che conosciamo e di cui ci nutriamo, ma non sempre noi stessi gli abbiamo reso giustizia. A catena, questa cosa, ha reso molti fenomeni e movimenti significativi molto poco esposti e meno conosciuti, fuori.

Guardando alla storia di determinati luoghi la prospettiva culturale si alimenta di suggestioni, quindi. Anche per una certa storia segreta del nostro Paese.

Sì, credo si possa parlare dei temi più disparati attraverso i luoghi, specie quelli che fanno ancora fatica a farsi riconoscere per un certo merito storico, se ci fai caso. Ma sono sempre state cose che rappresentano il vero valore aggiunto dell’Italia anche all’estero, sono cutting-edge.

Bruno Rana racconta l’importazione del genere e l’esplosione della disco, ma lo fa sempre con e attraverso i luoghi. Lo stesso Lorenzo Cribario, come dicevo, parla della scena Italiana ma anche attraverso la musica newyorkese, quello che poi conosciamo perché legata a realtà fisiche, a posti di cui storicamente abbiamo avuto racconti.

Di recente leggevo l’obituary di Milva, sul New York Times, e mi ha incuriosito il fatto che gli ultimi articoli che parlassero di lei, dall’archivio dei correlati, fossero degli anni Settanta. È come se la musica Italiana non fosse esistita, da quello spazio di tempo in poi.

È curioso, e fa anche pensare a come sia possibile coprire un arco temporale molto grande di cui, spesso, si sono perse tracce nella storia.

Zoomare fuori, però, significa guardare come alcuni processi si ripetono nel tempo, in modo ciclico e quasi calcolato: credo che adesso stiamo tornando a essere affascinanti, interessanti, osservati da fuori. Ed è davvero importante fermarsi e interrogarsi sul perché, capire quali siano state le priorità, le idiosincrasie della nostra storia nell’arte, durante il tempo.

L'articolo di Federico Campagna, frutto di una nostra chiacchierata su NTS Radio (The Last Breath of Happiness in Europe), racconta di un momento che si collega a questo caso, un apice culturale che viveva la nostra cultura identitaria. Adesso c’è quasi la sensazione di fine dell’impero e – sempre per usare la metafora dello zoom – ti rendi conto dei cicli, degli eventi che riusciamo a riconoscere distanti nel tempo.

Quasi un ritorno alla tradizione, che poi spesso vuol dire tutto e niente insieme: se vogliamo semplificare è una rivalutazione sostanziale di cose che sono state lì da sempre, a farsi raccontare per un motivo ben preciso.

Guarda, è anche curioso che il risultato di molti articoli e ricerche presenti nella raccolta risultino quasi lo specchio l’una dell’altra, perché non è mai stata una cosa voluta: significa che c’è un filo attorno a tutta la storia un po’ più nascosta dell’Italia che pensavamo già di conoscere, ma che ci ha regalato altre sorprese lungo il percorso.

Un po’ il contrario di quello che si pensa spesso sulla cultura dance in generale, toccata a più riprese nella raccolta per scardinare quella etichettata da fenomeno privo di una narrativa particolarmente influente.

La musica techno è la prima musica della globalizzazione dei mercati, perché nasce grazie alla democratizzazione delle attrezzature elettroniche dovuta ai marchi giapponesi (Roland e Akai), alle influenze dei Kraftwerk e della motorik tedesca, e della Italo-disco. Ovviamente a loro volta italo e kraut erano fortemente indebitate dai linguaggi sonori degli afrodiscendenti. Questo rimbalzo fra le due sponde è indicativo di nuovi flussi, di capitali e merci.

Bisognerebbe piuttosto chiedersi dove finisce il contributo Europeo e inizia quello Americano, che fa iniziare quello Tedesco, e così via. Storicizzare con più dettaglio un po’ tutto il meno conosciuto, di ciascuna cultura. Nel nostro caso mi incuriosisce ad esempio il ruolo della sinfonia, visto che tecnicamente è nata in Lombardia: è stata studiata da Mozart, che venne a vedere Giovanni Battista Sammartini, a quanto si dice. Ed è un altro scenario in cui rimangono frammenti molto nascosti, quasi equivoci storici e sliding doors temporali.

Hai fatto diversi riferimenti alle diverse latitudini del nostro Paese come chiave per capire come si siano effettivamente sviluppati certi fenomeni culturali. È un fattore tuttora presente?

No, anzi, credo di poter dire che gli ultimi anni hanno rappresentato la rivincita a livello culturale di una fetta di Paese che ha contribuito enormemente alla sua rinascita. Voglio dire, l’Italiano all’estero non è affatto il Veneto. Agostino Quaranta nel suo Turbo Sud (South Italian Traditional Rhythms and Their Encounters with Electronic Music) parla ad esempio di techno-pizzica, partendo dal presupposto che ci sono diversi problemi nell’identificare qual è il repertorio folk, esotico e identitario del sud Italia, molto spesso visto addirittura come straniero.

Adesso ci si comincia a render conto che di quel motore reale, quello del sogno ormai scomparso degli anni Sessanta, non c’è stata rappresentazione, non è emersa la vera voce.

In questo senso Traces è ricca di riferimenti in merito.

Sì, direi senza dubbio l’omaggio a Franco Battiato per l’Italianità, in cui Marco Mancassola dice apertamente che se c’è una cosa che lo fa sentire Italiano è la musica di un uomo del profondo sud. Un caso perfetto per questo discorso lungo decadi.

Poi il saggio di Seb Patane (We, the Boys From Giarre: Growing Up as a Teenage Goth in 1980s Sicily): pensi “dark goth, avrà attecchito a Firenze o da qualche parte al nord, no?”. Invece racconta di ragazzi di provincia in Sicilia, che è quasi come pensare al legame fra Sepultura e Brasile, sulla carta una contraddizione di stereotipi che però è effettivamente stata risolta.

Sono racconti, in fondo, di un’Italia con le antenne alzate davvero ovunque, che ha captato quello che succedeva fuori e lo ha fatto anche nelle piccole realtà, in sostanza. Non soltanto nei grandi centri ricchi di industria, moda e costose macchine per fare musica.

È curioso (ma forse anche un po’ nella logica delle cose) che certe riflessioni vengono sempre fatte da persone che hanno visto l’Italia soprattutto dall’estero. Come effettuare un campo largo sul Paese, per continuare con l’analogia sul cinema.

Sì, e più o meno tutto quello che è successo guardando al nostro Paese – e che cerco di spiegare in questo volume – è che quando cominci a tirare una linea di confine spaziale-temporale le cose si complicano, si fa molta più fatica di prima a trovare questa tanto agognata identità. Penso che adesso, infatti, gli Italiani siano molto spaventati dalla loro identità. Francesco Cucchi e Mike Calandra lo raccontano molto bene in Validation, Ignoration, Rosication: An Italian Tragicomedy, curato da Maria Catena Mancuso e Nathasha Fernando.

In questo senso ti chiedo, però, sembra che gli anni Ottanta siano stati croce e delizia, sia per la scena globalmente riconosciuta in Italia che per quella che riuscivamo ad esportare all’estero. Ma poi c’è mai stato un dopo?

Nell’introduzione al volume parlo di quanto fossero di successo le band Italiane negli anni Sessanta, facendo cover rock’n’roll che i miei genitori, pensa, credevano fossero l’originale. Questo per dire: non c’è quasi mai stato un momento in cui non ci fosse uno stimolo che permettesse agli Italiani di provare a fare qualcosa di diverso, anche all’interno delle proprie realtà, secondo me. Ma non sempre questo è risultato con altrettanto successo fuori.

Questo grande interesse per ciò che succede esternamente, contestualmente a ciò che invece c’era da noi, fa coesistere due poli che però non riescono a incontrarsi nello stesso posto: o andiamo, appunto, dai Novanta in sù (l’influenza della musica elettronica anglo-americana, prog-rock negli anni Settanta, gli studi di Fonologia a Milano nei Cinquanta e Sessanta e così via) o facciamo fede alla storia, per quanto piuttosto risicata, dai Novanta in giù (la techno romana, ad esempio, che comunque deve molto a ciò che successe proprio a Detroit).

Credo che questo stia, pur se in maniera liminale, riuscendo con movimenti urban e hip-hop di nuova generazione. Penso a LIBERATO che esordisce al Sónar di Barcellona, pur cantando in napoletano: la vera forza, lì, è quella di saper andare oltre alla lingua, facendo valere la musica. Un po’ la fotografia del successo della trap anche in ambiti meno convenzionale, forse.

LIBERATO e in generale progetti tendenti alla trap ti permettono di portare l’attenzione verso la melodia, soprattutto. Pensa, i Sottotono tempo fa erano una meteora strana perché rappavano e cantavano, quando l’hip-hop tendeva ad essere una cosa o l’altra. Ed erano una strana scheggia, infatti, che però funzionava, eccome. La trap e l’auto-tune rimettono le cose insieme, di nuovo, e un patrimonio come la neomelodica napoletana è diventato ancora più particolare, venendo fuori.

Se penso all’hip-hop Italiano nudo e crudo, però, da vecchio fan sono convinto non abbia comunque attecchito come ha fatto la nuova scuola adesso. Questa affiliazione culturale, diventata per di più dei teenager, invece, ha colpito nel segno. Ha anche colmato un vuoto cognitivo, quello della urban music (un’etichetta peraltro ormai decaduta) di cui parlavi, che non riusciva mai veramente ad essere qualcosa che si potesse mescolare al pop.

Certo, parliamo di prodotti replica, rimasticati da boom Americani. Non mi aspetto infatti una durata così lunga come si prospettava.

Questo si riflette molto al tuo discorso di identità futura, se vogliamo, di una nuova Italia da rimettere al centro della mappa.

Sì, stranamente tutto quello che abbiamo detto potrebbe essere stato un vantaggio per tornare ad una scoperta fondamentale, oggi: quando non sei guardato sei te stesso, sei naturale. Lo sguardo interno può farti suscitare le domande giuste, ti chiedi “io cosa voglio fare”? È l’auspicio per la nostra cultura per capire se veramente c’è qualcosa che possa farci andare oltre, come negli anni del prog-rock, dell’Italo-Disco, della stessa canzone d’autore conosciuta all’estero.

Il fatto che la nostra vita sia diventata una performance da portare agli altri in tempi così stretti, però, non facilita le cose. Neanche in ambito artistico.


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